
28) La filosofia non insegna le tecniche, ma la sapienza.

La sapienza non tende ad abbellire la vita, ma a renderla felice

Lettere a Lucilio, 90 (vedi manuale pagina 200).

 [Dopo aver parlato delle pi diverse invenzioni e scoperte, come
le navi, il vetro, i bagni in stanze riscaldate, l'uso del marmo
per le decorazioni, la tachigrafia, eccetera, Seneca afferma che
esse sono tutte invenzioni degli schiavi pi vili].
La sapienza sta ben pi in alto, e non le mani, ma le anime sono
oggetto dei suoi ammaestramenti. Vuoi sapere che cosa essa abbia
scoperto, che cosa abbia prodotto? Non gi gli eleganti movimenti
del corpo n le varie modulazioni che si ottengono mediante la
tromba ed il flauto, per cui il fiato accolto o all'uscita od al
passaggio si trasforma in suono. Non appresta armi n mura n
strumenti bellici, favorisce la pace ed invita gli uomini alla
concordia. Essa, dico, non fabbrica arnesi per le varie necessit
della vita. Perch le attribuisci cose di s poco conto? hai di
fronte a te la maestra della vita, la quale tiene le altre arti
sotto il suo dominio; infatti ci che abbellisce la vita dipende
da chi alla vita sovraintende: del resto la sapienza tende alla
felicit, a questa conduce, verso questa apre la via. Mostra quali
siano i veri mali e quali i mali solo apparenti, libera gli animi
dalla leggerezza, d la reale grandezza, si oppone a quella
tronfia e piena d'un falso splendore, non permette che si ignori
la differenza esistente tra ci che  grande e ci che  gonfio,
fa conoscere la natura dell'universo e la propria. Insegna che
cosa sono gli dei ed in quale condizione si trovano, che cosa
siano le anime dei morti, i lari ed i genii, che cosa le anime
rese immortali e passate in un secondo ordine di divinit, dove
dimorino, che cosa facciano, che cosa possano e vogliano. Ecco ci
a cui ci inizia la sapienza dischiudendoci non il santuario di una
qualsiasi citt, bens il vasto tempio di tutti gli dei, il cielo
stesso, di cui le vere immagini ed i veri aspetti essa present
allo sguardo della nostra anima: giacch la vista  troppo debole
per spettacoli tanto grandiosi

 (Seneca, Lettere a Lucilio, UTET, Torino, 1951, pagine 360-361).

